Rocky

La borsa Rocky si chiama così perchè per farla ho usato un paio di ridicoli pantaloni multitasche che recavano l’etichetta “Rocky” su una tasca posteriore. Mi faceva troppo ridere, così ho riciclato la tasca e l’ho messa sul davanti della borsa, lasciando l’etichetta.
La maggior parte dei miei esperimenti si basa su materiali riciclati e/o di recupero, primo perchè ho sempre avuto la fissa del riciclo e credo sia una tara genetica della mia famiglia, secondo perchè, essendo una wannabe (quanto me piace eh), ho paura di rovinare le belle stoffe nuove, appena comprate. Eppoi è divertente guardare un qualcosa e pensare come potrebbe essere sotto altra forma. Il trapasso degli oggetti. Va bene, non volevo scadere nel filosofico da show televisivo.
Cucire questa borsa è stata un’ardua impresa: prima di tutto, mi sono dannata per cercare di adattare le dimensioni della borsa alla poca stoffa priva di tasche dei ridicoli pantaloni. Poi, il tessuto dei ridicoli è quanto di più sintetico, semiacetato, poliesteroso e perciò sgusciante e scivolosissimo che esista.
E questo porta alla triste realtà che si cela dietro alla Rocky, ovvero che, dopo averla regalata ad una mia amica (i pantaloni e la canotta di cui è composta erano suoi un tempo, così ho pensato fosse sua diritto), la bastarda si è scucita in due punti dopo pochi indossamenti.
Ai tessuti difficili bisogna saperli prendere e lasciare più spazio (per le cuciture), come coi bambini, pure difficili, e questo l’ho imparato con la Rocky traditrice. Morale della favola, fine della storia.



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